Spettacolo:
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Lo Zoo di vetro
 
di Tennessee Williams
con Pamela Villoresi, Elisa Silvestrin, Maurizio Palladino, Alberto Caramel
regia di Giuseppe Argirò
musiche originali di Luciano Francisci
luci Francesco Barbera
proiezioni video Claudio Ammendola

“Lo zoo di vetro può essere rappresentato con insolita libertà di convenzioni” suggeriva Williams nelle sue note di regia. E’ un teatro lontano da presupposti realistici in cui l’interno borghese si dissolve e si trasforma in uno spazio scenico evocativo, fatto di allusioni, rimandi e delicate suggestioni. Nulla di ostensivo. E’ una drammaturgia viva, emotiva, vibrante, intessuta di metafore e intuizioni poetiche.
L’autore americano lo definisce “un dramma di memoria”, ma è soprattutto epifania di un inconscio che meglio di tutti sembra rappresentare la quotidianità disperante e silente della nostra epoca: la famiglia.
Una madre, Amanda, una donna dotata di una grande e caotica vitalità che lotta con strenua energia per difendere i suoi figli e resistere all’incedere inesorabile degli eventi. Laura, sua figlia, il motivo malinconico del dramma, la cui passione per le statuine di vetro dà il titolo all’opera, una ragazza scissa dalla realtà, inabile al difficile mestiere di vivere, resa zoppa da una malattia d’infanzia, un difetto edipico che sembra richiamare elementi tragici e immagini ancestrali. E Tom, attore-narratore, un poeta impiegato in un
magazzino, come lo descrive lo stesso Williams, con l’amore per il cinematografo e la vocazione alla fuga.
I diversi personaggi sembrano imprigionati, cristallizzati nei loro piccoli grandi desideri frustrati, quasi eroi tragici, bloccati da una necessità ineluttabile, dominati da un destino feroce. L’unico in grado di rompere apparentemente questo meccanismo è Jimmy O’Connor, un giovanotto in visita a casa Wingfield, che rappresenta l’irruzione della storia in questa famiglia, che più di ogni altra, esalta gli aspetti patologici dei
legami parentali. Un discorso scenico che si nutre di atmosfere cecoviane, ripercorre la novità psicoanalitica della scrittura di O’Neill e nella struttura episodica, ma non frammentaria, accoglie la lezione di Strindberg e Wilder. Una pietra miliare del teatro del Novecento, rappresentata per la prima volta nel 1944 a Chicago, trasformata in film nel 1950, con Kirk Douglas e Gertrude Lawrence nel ruolo di Amanda, e riproposta nel remake del 1987 con John Malkowich, Joanne Woodward e Karen Allen per la regia di Paul Newman. In Italia fu diretto per la prima volta da Luchino Visconti con la compagnia Morelli-Stoppa e Tatiana Pavlova nella parte della madre.